Sono uscita di casa questa mattina pensando di potermi
allenare, invece il lavoro mi ha trattenuto fino a tardi,
troppo tardi per sperare di attraversare la città e
arrivare sul tatami in tempo per il saluto. E io detesto
essere in ritardo, soprattutto in ritardo per il saluto.
Quando arrivo e vedo la foto di Ueshiba con le mani unite
e gli occhi chiusi penso: "eccomi, ce l'ho fatta anche
oggi", ma se sono in ritardo penso: "ecco, lui ha già
salutato tutti e io non c'ero; quando finirà la lezione e
io sarò in fila con tutti gli altri aprirà gli occhi e mi
dirà: « piccola impertinente, se non c'eri prima come ti
permetti di salutarmi adesso?! » ".
Appena il maestro ci chiama ci disponiamo in fila, in
ordine di grado, di fronte a lui, e al
Kamiza,
ovvero: "muro dei kami", degli dei.
Al Kamiza siede il maestro.
Nella fila disposta alla sua destra siedono gli altri
maestri che lo assistono durante la lezione.
In quella disposta alla sua sinistra siedono tutti quelli
che hanno acquisito il primo Dan.
Di fronte, siedono tutti gli altri allievi. I più bassi
in grado sono per tradizione quelli più vicini alla
porta, perchè, in caso di attacco nemico all'interno del
dojo, essendo i più deboli erano anche i più
sacrificabili... Certo, c'è voluto il suo tempo, ma il
fatto di non essere più così vicina all'uscio, un po' mi
rincuora, non si sa mai nella vita!
Quando ciascuno ha preso posizione attende il
"Seiza" e si inginocchia.
Segue un secondo di silenzio.
"Mokuso" è il comando successivo. Significa
meditare, concentrarsi attraverso la respirazione.
"Yame" si smette la meditazione.
"Shomen" è il saluto al Kamiza.
Qui, in onore al Maestro Saito la nostra scuola insieme
ad altre legate al Takemusu
aiki, mostrano
una particolarità: ovvero compiono due
shomen
e poi battono le mani
all'unisono per due volte.
A questo punto il Maestro pronuncia la frase di rito:
"O negai
shimasu", cioè
esprime il suo desiderio di vederci fare una buona
pratica, alla quale rispondiamo "O negai
itashimasu" che
esprime il desiderio di ricevere tale pratica.
Conclusosi il saluto, si attende il comando del Maestro
per alzarsi ed iniziare la lezione.
Al termine della stessa il rito si ripresenta uguale,
tranne che per le frasi finali. Il Maestro dice:
"Domo
arigatò" cioè
ringrazia gli allievi per la loro disponibilità durante
la lezione, i quali contraccambiano rispondendo:
"Domo arigatò
gozaimashita".
Fare il saluto prima di iniziare quindi, è compiere un
rito dai molteplici significati.
È mettere distanza tra
te-genitore/marito/moglie/capo/subordinato e
te-praticante. Un confine mentale che tracciamo nel
tentativo di dedicarci del tempo di qualità.
È stabilire un legame senza tempo e senza spazio. Un
trait-d'union fra tutti i praticanti e il maestro
presenti nel dojo, ma anche con tutti quelli che nel
mondo e negli anni si sono inginocchiati davanti
al Kamiza con lo stesso intento.
È compiere un rituale cerimoniale vero e proprio. Questo
è forse il punto più complesso. Molto si è scritto sulle
filosofie perseguite da O'Sensei, ma l'eventuale significato esoterico
del saluto, se mai se ne stabilisse uno un giorno, non ha
nulla a che vedere con la filosofia o la religione
personale del praticante. L'Aikido non contesta nulla e non abbraccia
nulla. L'Aikido, così come voleva il suo fondatore,
approva quelli che sono gli ideali costruttivi e positivi
come l'armonia, la perseveranza, e rifiuta le concezioni
rivolte alla negatività e alla rigidità. In maniera
neutra e neutrale.
Inoltre si pronunciano parole in una lingua praticamente
sconosciuta a tutti, una lingua che ci è estranea nel
suono e nella sua raffigurazione, ma che è fortemente
suggestiva.
Il saluto è una dichiarazione di umiltà, poichè si
ringrazia il maestro per la disponibilità all'inizio, e
per aver tenuto la lezione, alla fine.
Arigatò... una parola che, in qualunque
lingua, dovremmo ricordarci di pronunciare più spesso.