
L'Aikido comunica con ciò che di più ancestrale c'è in noi: lo spirito. E lo fa con l'unico strumento che possediamo dalla nascita: il corpo.
La parola, il corpo, il contatto, hanno una valenza che non potrebbe essere concepita, accettata al di fuori del dojo. E' un luogo in cui si rispettano leggi ormai dimenticate. La fedeltà, il rispetto delle gerarchie, della forma, la totale fiducia nel proprio maestro, sono concetti ormai estranei alla nostra società, ed è forse proprio questo che spinge i praticanti a salire più volte la settimana sul tatami: il desiderio di governare la propria vita secondo le leggi della natura, che prevedono che "il giovane impari dall'anziano" (anche quando si tratta di un'anzianità di esperienza e non anagrafica), che cresca rispettando gli altri, e che migliori superando sé stesso e non "brillando di luce riflessa", perché è una cosa che solo la luna riesce a fare con grazia.
Il mondo esterno ci trasmette l'esigenza di emergere, apparire, anche a costo di soverchiare quelli che consideriamo avversari. Qualunque cosa pur di non rimanere nell'anonimato, di essere riconosciuti per strada. Forse anche questa esigenza nasce da un errore di comunicazione; spesso la gente si illude di essere meno sola, se riceve attenzione dagli altri. In realtà la solitudine è una condizione puramente spirituale e così come si può manifestare in un posto affollatissimo, quasi certamente non sfiora l'eremita, il quale anzi l'anela perché gli permette di contemplare l'universo.
Ma quanto è difficile comunicare qualcosa? Quante volte, credendo di "parlare con il cuore" a qualcuno, ci rendiamo conto di non essere affatto compresi, di sembrare addirittura ridicoli? E perché altre volte incontriamo una persona per la prima volta e dopo pochi minuti sembra di conoscerla da sempre? Viene da chiedersi se non ci sia qualche cosa che trascende la comunicazione verbale, se c'è un linguaggio che si parla ad un livello diverso, e che è compreso dall'altro solo se anch'egli lo conosce a sua volta, se può sentirlo. Per fare un paragone si potrebbe pensare agli ultrasuoni emessi da alcuni animali, che permettono loro di comunicare senza essere compresi dalle altre specie.

... Cos'altro si potrebbe aggiungere? Avendo fede nell'assunto, niente. Perché qualunque approfondimento toccherebbe la sfera spirituale di ciascuno di noi, e a quel punto purtroppo le parole non basterebbero più. Immagino che sia per questo che l'amore vero, in tutte le sue forme, si nutra di profondi silenzi. Ad una madre che allatta il proprio figlio appena nato, che parole servono? Cosa c'è di più bello del comprendersi senza dire niente, invece di parlare per ore senza ascoltarsi mai?
Le lezioni di Aikido più belle che ricordo sono quelle fatte in assoluto silenzio... solo il frusciare delle hakame, il ritmo dei respiri, lo strofinio leggero dei piedi sul tatami. In quei momenti anche sbagliare perde significato, conta quasi di più cercare l'awase, l'armonia con il compagno che non concludere perfettamente una tecnica. E quante cose si riescono a trasmettere quando si sta zitti! Sembra un controsenso, e invece è proprio così.

E così, ogni volta che una comunità si forma nel tentativo di crescere e comunicarsi mutuamente qualcosa, sia che essa pratichi su un tatami, che canti in un coro e o che vada in giro per il mondo vestito di arancione, scalzo e con la testa rasata, o con un saio, un paio di sandali e un buffo taglio di capelli, la vera comunicazione è preservata.




