Ore 19,08: sono in ritardo come sempre per la mia lezione di Aikido…anche oggi dopo aver risposto alle solite 200 e-mail giornaliere ed a quella cinquantina di telefonate di giornalisti, utenti finali, rompiscatole e venditori di spazi pubblicitari, sono con gli occhi fuori dalle orbite e stanchi per aver guardato troppo il monitor, con la testa stremata dalle tante cose da fare ed a cui pensare… e sono in ritardo…devo attraversare tutta la città…ed a quest’ora lo so che troverei meno traffico in una bolgia dantesca…e poi devo ancora mettermi le lenti a contatto e con ‘sti occhi stanchi stai sicuro che ci metto almeno 5 minuti!


Esco dall’ufficio quasi correndo…telefono a mia moglie che mi dice “sei in ritardo…ma un giorno riuscirai ad andare ad Aikido senza correre? Vai piano…”…la macchina è parcheggiata al solito posto…a circa 200 metri dall’ufficio…la strada è tutta in salita…

Metto in moto con il fiatone e sgommo…ma rallento…i vigili sono sempre in agguato quando si ha fretta.

Nel percorso dall’ufficio al dojo trovo circa una quindicina di imbranati evidentemente patentati per caso…mi dimeno da solo in auto, l’orologio dell’auto corre inesorabile e segna – sono solo all’altezza di piazza adriano – le 19, 43. “Ma quanto è tardi stasera?” Inizio, come ogni volta, a pensare di cambiarmi in auto, ma la buoncostume potrebbe non apprezzare…mettere le lenti in auto è un suicidio…niente, non posso proprio portarmi avanti! Arrivo in palestra trafelato, con parte dei pensieri ancora alle cose fatte ma soprattutto a quelle da fare in ufficio, e con una parte della mente al tempo che ancora mi serve per cambiarmi, mettermi le lenti, lavarmi i piedi e salire sul tatami. 2 minuti abbondanti…se non ci sono intoppi ce la posso fare.

Salgo mentre i miei compagni si stanno allineando…la mente inizia a distendersi.

Seiza. Mi inginocchio.

Mokuso. Chiudo gli occhi ed inizio ad inspirare ed espirare, sforzandomi di riempire e svuotare i polmoni d’aria fino ed oltre il mio limite. Inspiro l’aria del dojo, ed espiro l’aria di tutto ciò che sta al di fuori del dojio. Il cervello inizia a distendersi, i muscoli a rilassarsi, la mente a riprendersi.

Il momento del saluto è la ciliegina sulla torta. Tengo gli occhi aperti e sento il mio respiro tornare regolare. La mente è vuota, pronta solo per l’Aikido, il mio maestro, i miei compagni. Con uno sguardo, durante il riscaldamento, riesco a salutare coloro che non solo sono compagni ma anche amici. Ora sono davvero pronto ad allenarmi: tutto ciò che è fuori dal tatami, per queste due ore, non mi riguarda e non mi interessa. Ora c’è Aikido ed occorre la massima concentrazione per onorare questa arte, questo maestro e questi compagni.


Il V libro dell’opera composta da Miyamoto Musashi (Il libro dei 5 anelli, un classico dei trattati sulla strategia militare) parla del Ku, del vuoto. In occidente al concetto di “vuoto” siamo soliti collegare istintivamente qualcosa di negativo.

Ma in oriente è esattamente l’opposto: secondo Musashi, infatti, solo riuscendo a fare il vuoto, ossia a liberare la mente da tutti gli impicci, si possono vincere le battaglie.

Le giornate spesso sono stressanti e ricche di impegni…e non è facile liberarsi dai pensieri ad essi correlati…ma noi abbiamo scelto un’arte, non uno sport. A calcio si può anche giocare pensando ad altro. Si gioca male ma si gioca. Non si può fare Aikido pensando ad altro. Quando si fa Aikido si fa Aikido. Si dipingono le proprie tecniche sul tatami, ognuno con le proprie sbavature, i propri errori, ognuno seguendo la propria interpretazione di quest’arte. E non c’è spazio per altro, per distrazioni, pensieri. Ci siamo solo noi. E l’arte.


Sabato 28 giugno, al termine della prima giornata del bellissimo Stage Internazionale tenuto da
Patricia Guerri Sensei e splendidamente orchestrata e diretta – dopo essere stata fortemente voluta - da Renato Visentini Sensei e Maria Di Prima Sensei , si è tenuta la prima sessione di esami della Dantai.

Un esame in fondo è sempre un esame e, al di là della preparazione, delle ore di allenamento, della sicurezza trasmessaci da insegnati e compagni, c’è sempre quella componente misteriosa, magica e affascinante, che ti fa stringere le budella e ti fa venire il fiato corto…paura? passione? adrenalina? Forse di tutto un po’…

Diventare una cintura nera è stato un percorso intenso ed importante ed è di questo che vorrei scrivere alcune righe (non posso certo scrivere cosa significhi essere uno Shodan, dato che lo sono da pochi giorni); soprattutto dopo aver “sfiorato” questo grado tanti anni fa in un’altra disciplina.

Durante la proclamazione delle nuove cinture nere, avvenuta subito dopo gli esami, in mezzo a sorrisi, foto e complimenti, vuoi o non vuoi mi sono trovato a tirare le somme del percorso.

Un percorso descrivibile solo parzialmente, essendo composto principalmente da passione per questa straordinaria arte, ma anche da sensazioni, sguardi, paure e sogni. E persone.

Dai miei insegnanti Renato e Maria, ai miei compagni ed amici Alessandro, Enrico, Silvia, Maura e Gianluca, a mio padre Alberto, da cui, grazie ai Maestri Visentini e Di Prima, ho avuto l’onore ed il piacere di ricevere la cintura nera.

Questo è il punto, il vero valore aggiunto di questa via: le persone con cui ho condiviso questo lungo, faticoso, impegnativo, appassionante e straordinario iter che mi ha portato al grado di Shodan. Sono le persone speciali con cui ho compiuto questo “do” – e non li nomino tutte altrimenti l’elenco diventerebbe lungo e noioso - che hanno reso speciale il percorso stesso.

Ed è grazie a loro (ed ovviamente alla passione, irrefrenabile ma sciolta dalla fissazione, per l’Aikido) che, per tre giorni alla settimana, percorro con il sorriso ed una voglia matta di salire sul tatami, tutta la strada che separa il luogo in cui lavoro dal Dojo.

Certo che in esso troverò anche il Ku, di cui porto il simbolo sulla spalla. A testimonianza di un obiettivo da raggiungere ma, ancor di più, di un percorso attraverso il quale raggiungerlo. Che è spesso la parte più affascinante e ricca di emozioni.


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