Roma 31 marzo 2007
XX Meeting internazionale Stage Aikido
Tamura shihan Yamada shihan
Con lo sguardo perso nel nulla, i
gomiti appoggiati sulle ginocchia, il cappuccio della
giaccavento tirato su, nella penombra dello
scompartimento, piano piano assuefandomi agli odori del
treno, ripensavo a tutte le persone che nel mondo sono
solitarie, abbandonate, che vivono nella povertà estrema,
che mendicano per le strade, che vedono posti che nessuno
vorrebbe veramente vedere.
La mia visione periferica sembrò vedere il treno che si
avviava, ma era solo un altro treno, sulla sinistra, che
partiva, e lasciava la stazione, che mi dava la
sensazione di star per partire.
Nello scompartimento più avanti qualcuno urlava cose
incomprensibili, in un'altra lingua, mentre sulla
banchina visitatori o futuri viaggiatori fumavano
sigarette distratte e lunghe.
Ci sistemammo in quattro in quello scompartimento e nelle
ossa ci arrivarono tutti i 700 chilometri del viaggio,
tutte le frenate e le riaccellerate di ogni stazione,
anonima, nella notte, nella nebbia, dove il mostro
d’acciaio si fermava volentieri a rifiatare. Qualcuno
forse scendeva. Altri forse salivano.
Ci si rigirava nel lettino rigido, sospeso tramite
cinghie di cuoio, infilati in lenzuola non di cotone, con
la testa appoggiata su un cuscino finto.
Al mattino una Roma diversa ci accolse. Un po’ più fredda
del solito. Anche lì trovai mendicandi e barboni, poveri
e senzatetto a dormire su panchine, avvolti come fagotti
in coperte da militare, le poche povere cose in sacchi di
plastica ai loro piedi.
Anche nella metropolitana la vita di giovani spensierati
e di uomini dalla vita “ordinata” si mischiavano con
l’esistenza di figure strane, di altri paesi, con altre
idee in testa, con obiettivi non intuibili. O magari
semplici e facili da pensare.
Mi cambiai con calma nello spogliatoio, cercando di
immaginare come sarebbe stato lo stage, quante persone
avrei incontrato. Chi lo sa?
Il tatami era letteralmente coperto di praticanti di
Aikido e ogni tecnica era un salto nel buio, un rischio
nel lanciarsi nei pochi centimetri quadrati dove non
c’era qualcuno da colpire per errore o da cui essere
contusi per svista. L’attenzione era massima a non farsi
male, a cadere dolcemente, con i piedi ben in alto:
rispettosi del prossimo, confidando in analogo
trattamento di cortesia da parte degli altri.
In uno scambio alzai lo sguardo e vidi Stefania rossa in
viso, accaldata, stanca. Sembrava anche un po’ di essere
in una battaglia. Dove tra una spada e uno scudo
intravedi una faccia amica, un compagno di clan.
Era un po’ come incontrare il mondo. Persone da tutti i
paesi, di ogni età, con ogni tipo di fisico, di
differenti esperienze, velocità, precisione.
Tutti insieme in un unico spazio. Vestiti tutti uguali.
Compiere un’azione simile.
Ma può un week end, due giorni, cambiare un’idea?
Rischiararmi il futuro? Fare spazio a nuove energie?
Vivere di vita propria come il centro di un ponte che non
ha appoggi né su una riva né sull’altra? Eppure sta in
piedi, eppure vive e si lascia percorrere.
Può darmi l’energia per immaginare una cosa diversa?
Sul treno del ritorno vedevo facce di slavi, di Africa
profonda, di Africa vicina, di Romania e mi guardavano. E
non dicevano niente.
Sul mio viso erano passati due giorni, 1500 chilometri,
altre facce e altre vite vissute o che avremmo voluto
vivere.
Altri desideri che abbiamo assaporato o vorremmo
assaporare.
Anche solo il desiderio di un irimi ben fatto. Di un irimi speciale. Forse eccezionale. Il
migliore che potremmo mai fare.
Vorrei dimenticare le tecniche.
Non avere un futuro.
Non avere un passato.
Prendere un treno e lasciarmi cullare.
Kokyuo.
Respirare.
