L'Aikido, a differenza di altre arti marziali, conserva una ritualità tipica delle antiche scuole dei Samurai. L'etichetta, il rispetto assoluto dell'ambiente in cui si pratica e la gestualità propria della tradizione affondano le loro origini nei modi raffinati retaggio delle antiche famiglie nobili giapponesi e nella profonda spiritualità di cui l'Oriente è pervaso da sempre.

Ogni gesto, infatti, nella sua ritualità è l'immagine di un pensiero scaturito dalle meditazioni Zen e rappresenta la metafora del raggiungimento di un fine.

Occorre valutare attentamente il significato di questa metafora che non coincide assolutamente con il fine né tantomeno con il raggiungimento di quest'ultimo. L'assenza di uno scopo preciso è proprio quanto si propongono la filosofia Zen e la matrice più intima delle arti marziali.

Non vi è scopo nell'Aikido. La pratica è fine a se stessa, nel significato di apprendere, migliorare e amare sé e il mondo: non si deve restare aggrappati al momento in cui si apprende una tecnica, in quanto questa è soltanto uno strumento di conoscenza.

La tecnica nell'Aikido è l'espressione materiale della consapevolezza che soltanto nel preciso istante in cui si incontrano l'esecutore (la parte positiva) e il partner (la parte negativa che portando il proprio contributo con il corpo, subisce la tecnica) si realizza un contatto unico, irripetibile, simile, ma assolutamente non identico ad altri.

In termini Zen, la tecnica nell'Aikido esiste solo qui e ora e in nessun altro luogo mai più potrà essere perfettamente identica.

Nel silenzio interiore si schiude un'energia inesauribile che con forza vitale rinnova un segreto entusiasmo a ripetere infinite volte le stesse tecniche. Di per sé il programma che viene proposto dall'Insegnante al Praticante ha un numero abbastanza limitato di tecniche, ma la ricchezza di sfumature che ognuno può portare estende il panorama delle varianti praticamente all'infinito.

Mi piace pensare, per analogia, alla sabbia che passa attraverso il setaccio e con il tempo, ad ogni passaggio, si affina verso una purezza ineguagliabile.

Volendo fare un accostamento alla nostra cultura occidentale, la ripetizione continua degli stessi movimenti conduce all'armonia pura equivalente alla distillazione alchemica dell'acqua.

Nella tradizione esoterica alchemica, infatti, domina l'immagine dell'alchimista che, figurativamente, distillando mille volte l'acqua, nella realtà distilla la propria anima verso il sublime e verso la conoscenza perfetta dell'equilibrio di sé, della natura e dell'universo.

Quindi, in questa effettiva ricerca interiore, le le tecniche di immobilizzazione e di proiezione del partner sul tatami sono in realtà rivolte alla conquista di una conoscenza delle proprie passioni.

Una volta vinta, la passione cessa di tormentare l'anima in cui si dibatte e lascia affiorare un nuovo modo di concepire le arti marziali, distillando così un nuovo Aikido personale. Lo stile personale che contraddistingue i grandi maestri.

Vale la pena citare Suzuki che, nel suo "Saggi sul Buddhismo Zen" descrive con bellissime parole l'estinguersi del desiderio di competizione: l'anima si acquieta quando " il forte vento dell desiderio cessa di alimentare la fiamma delle nostre passioni".

Nell'Aikido non esiste competizione agonistica. Non può esistere perchè non c'è antagonista contro cui lottare. Dove non c'è nemico non c'è disputa, non vi sono né vinti né vincitori.

Ritengo che sia molto importante trarre profonda soddisfazione dalla pratica delle tecniche più che dalla loro mera applicazione fisica. La bellezza dei movimenti è la stessa con cui dolcemente si spostano le nuvole nel cielo e la sabbia nel deserto.

La serenità interiore è cogliere nella natura delle cose l'armonia perfetta che ne genera il movimento.

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