Nella "scala dell'Aikido"
ogni passaggio di cintura segna un gradino in più
conquistato, ma verso quale obiettivo? Il praticante di
Aikido sa che l'obiettivo è semplicemente il gradino
successivo, e sa anche che non c'è un traguardo ultimo,
finale, dopo il quale la sua ricerca sarà conclusa. Se la
pratica lo accompagnerà per tutta la vita, ad un certo
punto probabilmente i gradini non esisteranno nemmeno
più, la ricerca diventerà introspettiva, come una spirale
che si arrotola infinite volte su se stessa, smetterà di
essere quantificabile, giudicabile da un esaminatore, il
solo esaminatore possibile sarà l'esaminato stesso che
dovrà confrontarsi con il suo diretto operato.
Ma non divaghiamo, questo succede solo dopo molti molti
anni, e per i "piccoli kyu" questa è una meta che si
riesce ad immaginare solo osservando l'esempio degli
insegnanti. Ciononostante questa distesa di tempo e di
esperienza che divide i principianti dal Maestro non crea
frustrazione, ansia, come spesso accade con i propri
superiori o con gli insegnanti a scuola, perché
l'attività del maestro non è mai finalizzata ad umiliare
o sminuire chi muove ancora i suoi primi passi sul tatami
con incertezze e imbarazzo.
In una buona scuola il Maestro è un riferimento
soprattutto morale, etico, un esempio di fermezza,
correttezza una persona sulla quale si è certi di poter
riporre la propria fiducia, poiché gli si affida in un
certo senso la propria incolumità (non dimentichiamoci
che una pratica scorretta o inconsapevole può provocare
dei danni fisici anche gravi).
Nel suo Tao per
un anno Deng
Ming-Dao scrive: "Senza un maestro non possiamo
cominciare, ma se non vediamo al di là della sua persona
non possiamo aspirare all'interezza. Un buon maestro ci
conduce verso il nostro maestro
interiore."
Ed è così che, passo dopo passo, il buon maestro conduce
l'allievo nel Tao
dell'Aikido, ed
è ancora così che, esame dopo esame, i piccoli kyu
crescono, e crescono nella pratica, ma soprattutto
crescono nella vita di tutti i giorni, e sentono
temprarsi il corpo ma anche lo spirito. Sentono che è più
facile far valere i propri diritti, ma anche adempiere ai
propri doveri.
Questo spiega anche perché qualche volta abbandonano.
Non è sempre facile assumersi le proprie responsabilità,
talvolta tendiamo a rimandare o a demandare agli altri,
se è possibile. Sul tatami questo non si può fare, e
durante un esame meno che mai. Ciascuno di noi sulla
materassina è solo con le proprie paure, le ansie e le
aspirazioni, ognuno fa Aikido solo per se stesso, per
soddisfare la propria sete. Talvolta è un bisogno di
mostrarsi, di emergere, talvolta è un desiderio di
sopraffare, altre volte è solo la necessità di
migliorarsi. Credo che solo questa ultima esigenza
permetta una crescita aikidoistica, poiché si tratta di
un processo molto lungo.
Il confronto con chi pratica da molti anni è stimolante,
ma qualche volta, se si è un po' stanchi, può apparire
frustrante. Se si cercano altri risultati, più esterni,
spesso si tende ad abbandonare la via, a cercarne una più
semplice che apporti dei risultati con meno impiego di
tempo e di energie.
Essere kyu è un po' come essere bambini: per poter
camminare è necessario prima imparare a gattonare, poi ci
vuole la forza di volontà per alzarsi e soprattutto il
coraggio di cadere (e questa volta non solo in senso
metaforico!). Così come non possiamo pensare di nascere
già adulti, allo stesso modo dobbiamo apprezzare i passi
mossi come principianti, perché sono le basi per quelli
futuri.
Un giorno un noto pediatra, ad una madre eccessivamente
ansiosa perché il proprio figlio non aveva intenzione di
alzarsi in piedi, rispose: "Signora, lei ha mai visto per
strada un adulto gattonare?" Questa è la stessa risposta che
dobbiamo dare a noi stessi quando ci lasciamo prendere
dalla fretta, che è figlia di una filosofia tutta
occidentale che ha contaminato molte arti marziali ma non
l'Aikido.
Se saremo costanti anche il primo Dan arriverà... ma
anche dan... non vuol dire "grado"... "scalino"...?
Maura D'Este
