“Dai Marquise, sbrigati, sta arrivando gente, degli stranieri, dei visitatori” disse Zelda con impeto e le gote arrossate
“ok ok, finisco di allacciarmi la gonna e arrivo” risposte Marquise, tranquilla, ma anche un po’ ansiosa alla notizia che degli stranieri stessero arrivando al loro campo.

Era notte fonda, oltre mezzanotte e il falò ardeva alto nel bosco tenebroso e fitto, le fronde dei pini altissimi perfettamente calme in una notte di mezza estate. Il buio era totale, ma alzando la testa all’indietro, molto all’indietro, si rimaneva storditi dalla quantità di stelle che roteavano nel cielo, che si rincorrevano maliziose, che disegnavano strane immagini nel soffitto blu cobalto.

Il fuoco cantava, crepitava, schioppettava.

Incantava.

Marquise uscì dalla tenda scostando con la mano la tela di canvass spessa che rappresentava la porta della tenda e si trovò di fronte una decina di facce: uomini, donne, ragazzi. Erano tra i venti e i trenta. Molti erano muscolosi, snelli, altri erano più tarchiati, ma si percepiva un corpo allenato e pronto a sfide e ad imprevisti.
Uno di questi ragazzi aveva un codino, stile giapponese, quasi un samurai. Un altro era secco e duro come legno, dalla faccia senza età. Un terzo era alto e robusto. Una ragazza del gruppo aveva gli occhi attenti e scuri e capelli da squaw.

Marquise non disse niente. Percepiva che questi ragazzi non erano venuti a cercare guai o a rompere l’equilibrio del loro bosco. Erano semplicemente dei viandanti del bosco, arrivati in cerca di amicizia, calore, fuoco e…danze.

Marquise si caricò sulle spalle la cornamusa e, osservata in silenzio dai suoi e dagli stranieri sbigottiti, iniziò a soffiare nelle pipes, le canne della cornamusa, senza più muovere le guance, aspirando dal naso, insufflando aria del bosco e ricavando note e melodia ancestrali.
Gli occhi dei visitatori si aprirono e si dilatarono, pur nel buio del bosco, rapiti dalle melodia ancestrali dei celti
Marquise indicava e le coppie si formavano
Marquise si muoveva e le coppie iniziavano a danzare
Marquise suonava e la gente fremeva dalla bellezza delle melodie e dalle note suonate. Tutti cominciarono a ballare, chi non conosceva le mosse imparava dalla dama o dal cavaliere e gli scambi avvenivano senza sforzo, con fare aggraziato.

Qualche metro più in là due ragazzi più avanti negli anni, barbuti e occhialuti e dai capelli fluenti invitarono alcuni visitatori a sistemarsi vicino a loro, di fronte all’immenso falò, facendosi rapire dalla melodia del fuoco, dalle immagini che facevano capolino dalle fiamme, ora amiche, ora oscure, ora visionarie, ora ancestrali. Il fuoco incantava come e più della musica.

La notte divenne senza tempo. Bicchieri di idromele passavano di mano in mano e sorrisi felici rilucevano sulle else e sulle lame di spade medioevali.

Simboli celtici erano visibili sulle cortecce dei tronchi e sui tatuaggi su braccia possenti di alcuni uomini del campo.
Le ragazze felici e senza età invitavano i ragazzi dei visitatori ad accompagnarle in nuove danze, in nuovi ritmi. Dolci, semplici, ripetitivi come possono essere le stagioni e gli umori degli umani.

Qualcuno in preda al sonno si appisolava sulla spalla del compagno.

Qualche anziano rintuzzava il fuoco buttando ciocchi teneri e resinati nelle fiamme desiderose di nuova forza, di nuova energia.

Ma il bosco non aveva paura del fuoco. Quasi ne traeva giovamento.

“ehi Marquise, che ne dici di quel ragazzo appoggiato al tronco? Sembra carino, eh?” Zelda provocò Marquise in un momento di pausa tra un pezzo e l’altro
“si, avrà poco più di vent’anni, …..sembra timido”
“chissà come si chiama?” “dai Marquise, andiamo a chiederglielo”

Marquise e Zelda si mossero lentamente ma con certezza, attraversando coppie che flirtavano, uomini irsuti che si confrontavano sulla durezza e sui vari tipi di spade che si potevano forgiare con fuochi alimentati a legna, singoli stranieri che gustavano bicchieri di idromele.

“ciao” disse Zelda
“ciao” disse Marquise
“ciao” risposte il ragazzo timido
“come ti chiami” incalzò Zelda
“Enrico” risposte il ragazzo timido
“sei arrivato con gli stranieri vero?” di nuovo questionò Zelda
“si”
“come mai non balli?” chiese Zelda
“non mi va, non mi piace tanto” risposte Enrico
“non ti piace la mia musica?” chiese preoccupata Marquise
“no, la tua musica è molto bella” Enrico guardò per la prima volta Marquise negli occhi, azzurri come un torrente alpino “mi piace, ma non sono tanto un tipo da balli” aggiunse quasi per giustificarsi Enrico
“ah, e cosa ti piace fare” indagò Zelda
“sono un Samurai” risposte con fermezza il ragazzo
“cos’è un Samurai? Incalzò Zelda
“è un guerriero” le risposte Marquise, rimandando il proprio sguardo al ragazzo
“un Samurai è un servitore, del proprio signore, ma è anche un protettore dei deboli e degli indifesi, il Samurai è un maestro di spada, un abile cavaliere, un uomo che fa dell’onore e della forza morale la propria ragione di vita. Il Samurai è un uomo che segue la via. Il Bushido” raccontò Enrico

Le due ragazze erano rimaste a bocca aperta. Il ragazzo non era timido. Parlando sembra diventasse più alto, più grande. I suoi occhi sembravano vedessero attraverso le fronde dei pini, attraverso il buio del bosco per creare in una fantastica radura un’azione ideale.
Le ragazze sembravano vedere ciò di cui parlava il ragazzo.

“ma da dove venite?” chiese Zelda, lanciando un’occhiata ammiccante a Marquise, ancora rapita dalle parole di Enrico
Marquise guardava Enrico

“veniamo da là” disse il ragazzo, indicando oltre il piccolo torrente, al limitare del bosco

le due ragazze voltarono il capo, seguendo la direzione del braccio del ragazzo

Marquise fissò un po’ più a lungo del dovuto le dita regolari e dalla bella forma di Enrico.

I celti avevano ripreso le danze. Ora le cornamuse erano suonate da altri due ragazzi dal kilt verde scuro striato di blu, le gambe forti e nude dei suonatori si muovevano nella radura rischiarata dalle vampate del falò creando ombre e giochi di luce magici e arcani.

Intorno al falò si erano aggiunti stranieri e celti, seduti in modo quasi alternato.

Un celto si stava sistemando il kilt prima di aggiungersi anche lui alle danze.

Dalle tende entravano e uscivano ragazzi e ragazze.


“Enrico” disse Marquise
“si?”

“ma siete tutti Samurai?”
“si” risposte il ragazzo, con lo sguardo assorto
“sia ragazzi che ragazze?” richiese Marquise
“si, al nostro campo sono tutti Samurai, tutti sanno usare la spada e muoversi come sfere nelle spazio, da noi non esiste differenza tra giovane e vecchio, tra novizio e anziano, tra donna e uomo, tra forte e debole. I Samurai sono come spiriti, ognuno alla ricerca della propria via, ognuno alla ricerca del proprio sogno, della propria strada, del proprio io più profondo. Ognuno alla ricerca della perfezione più sublime. Dell’ultima tecnica. Dell’istante più perfetto e irripetibile. Del momento.”
“e siete tutti uguali? Non avete una guida, qualcuno che vi insegni?”
“abbiamo un maestro”
“un maestro?” chiese Marquise, ora avida di particolari
“si” “è lui che ci guida”
“dove?” chiese Marquise ora quasi rapita dalla descrizione dei Samurai e del loro maestro
“nell’oscurità, è la luce amorevole nell’oscurità” “è il più forte di tutti noi, ma anche il più saggio, è lui che ci guida” disse Enrico, guardandola negli occhi azzurri e attraenti

“dai venite, inizia la Champenoise” gridò Zelda
“vieni a ballare Enrico” chiese quasi supplichevole Marquise
“no, preferisco di no, devo andare…” disse Enrico
Marquise di colpò sentii una fitta di tristezza e malinconia: “ma perché? Rimani!”
“dobbiamo andare, dobbiamo ritornare al campo, domani partiremo e non possiamo fare troppo tardi” risposte fermamente Enrico, lo sguardo serio e anche un po’ distante
“e dove andrete?”
“ci muoviamo di paese in paese, di contrada in contrada, per aiutare i deboli, gli indifesi, per portare aiuto a chi ne ha bisogno. Per insegnare le nostre tecniche e diffondere la compassione e l’aiuto del prossimo; siamo con il nostro Maestro e lui ci guida dove le persone hanno più bisogno di noi”

Marquise era totalmente assorta

“ma voi chi siete realmente?” chiese Marquise, un secondo prima di essere strappata via dal braccio di Zelda, nel tumulto delle danze
Enrico non risposte. Si sistemò la wakizashi nei pantaloni dietro la schiena e si incamminò nel buio del bosco. Verso il campo dei Samurai.















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