In giapponese “
irimi” significa entrare, il “tenkan” invece è un semplice movimento di rotazione su un piede che funge da perno, il quale permette di “evitare” l'impatto con l'avversario.

... lo Yin e lo Yang.
... energia che entra, energia che fuoriesce.

Nella vita ho incontrato persone che “entrano”, sempre. E talvolta sfondano, pur di arrivare, anche quando il momento non sembra davvero essere propizio; altre che in ogni situazione cercano di “svicolare”, nei rapporti umani, nel lavoro, nelle responsabilità in generale.

I più decisi e determinati possono pensare che sia giusto e “molto macho” fare irimi sempre e comunque, mostrare al mondo quanto si è forti e che non si ha paura di nulla, non tremare di fronte a niente e nessuno, prendere di petto ogni situazione gridando a se stessi: “non fa male!!!” e invece si soffre eccome! Possono credere di poterlo fare per sempre, senza cedere mai, ma prima o poi qualcosa finisce per incrinarsi, e anche contro la diga più grande, all'acqua basta una piccola fessura per farla crollare.
L'acqua ha tempo, si plasma, non ha paura... come certi sentimenti.

I più pavidi invece pensano che non ce la faranno mai ad affrontare la vita “faccia a faccia”, che non avranno mai il coraggio di dire “no”, oppure di lottare per i loro diritti. Sembrano essere in grado di “schivare” la vita, a costo di viverla ai margini, nell'ombra. Anche loro possono credere di poterlo fare per sempre, di rimanere invisibili.
“Vivere è la cosa più rara del mondo” sosteneva Wilde “la maggior parte della gente esiste e basta”. Saggezza, cinismo, oggettività? In un aforisma tutto e il contrario di tutto, come sempre.

Altre volta la vita stessa è in alternanza irimi e tenkan, un po' guida lei e un po' si fa guidare.
Quando un avvenimento ti investe come un treno... bhè, non è così facile fare tenkan! Certo c'è gente che sembra non patire mai nulla qualunque cosa gli accada, ma è poi davvero così? Alle volte penso che ogni idea che mi sono fatta di ogni persona sia formalmente sbagliata. Ovvero che possa essere confutata in ogni momento, è sufficiente che la vita di questa persona cambi, perché il movimento si ripercuota sulla stessa, e la cambi a sua volta.
La nostra vita occidentale è come un aikido senza “reishiki”, senza disciplina, formalità, etichetta.
Non chiede mai permesso e spesso non ti fa l'inchino prima di attaccarti, raramente ti onora dopo averti ucciso.
Quindi noi, contrariamente a quello che facciamo sul tatami, cerchiamo sempre più la controtecnica che l'armonia! Ma non possiamo combattere facendo sempre e solo irimi o solo tenkan! È come dare all'avversario la partita vinta, perché gli permettiamo di conoscere tutte le nostre mosse, ma soprattutto perché non sappiamo adattarci.

Nel mio “mondo delle idee” però, io faccio irimi e tenkan proprio per ballare con la Vita, per trovare con lei l'awase, perché non mi colpisca a tradimento e danzi anche lei con me. Perché quando io provo ad entrare lei me lo conceda, e viceversa quando ci prova lei io la lasci entrare. Perchè ogni tanto mi permetta di assorbire il colpo, senza castigarmi troppo, insegnandomi a temere solo per prudenza, non per vigliaccheria.

Perché un giorno, sorridendo, io possa dirle “
domo arygato gozaimashita”.




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