Mi piace il caldo, il sole sulla pelle, anche quando
brucia, mi piace il vento di maestrale che rinfresca. Ma
questa sera è diverso. Esco che è buio già da un pezzo,
la maggior parte delle luci delle case è già accesa,
quella degli uffici è già spenta. Ci sono poche macchine
in giro, vagano lente come se non sapessero bene dove
portare il loro passeggero, oppure spedite e scattose,
guidate da qualcuno che non vede l'ora di arrivare da
qualche parte.
Io sono a piedi, e poichè ho mancato il mio appuntamento
con il tatami non ho nessuna fretta di arrivare, anzi.
Dentro di me comincio a considerare l'ipotesi di andare,
camminare, fino a casa. Certo, non sono esattamente due
passi, ma potrei comunque immaginare che sia una forma di
"allenamento mentale". Non so perchè penso queste cose,
ma mentre l'altra mia vocina (che in realtà non è nemmeno
mia ma appartiene a mia nonna-mamma-amica-ecc.) mi dice
atterrita che "a
quest'ora di sera non è una bella cosa per una ragazza
andare in giro da sola", continuo a mettere un passo dietro
l'altro, e non mi assale nessun senso di angoscia,
vulnerabilità, smarrimento.
Diciamoci la verità, nuda e cruda, a noi donne insegnano
ad avere paura fin da quando nasciamo. Lo fanno tutti,
chi a fin di bene, chi per il proprio tornaconto, ma lo
fanno tutti. Tutti i personaggi che fanno paura da
piccoli sono maschili: l'orco, l'uomo nero (tralasciando
inoltre le questioni razziali!!), la quasi totalità
dei serial
killer idem. La
nostra società è ancora prettamente maschilista, vuole
che la donna tema l'uomo ma al contempo vuole che ci
costruisca una famiglia. C'è qualcosa di profondamente
distorto in questo, secondo me.
Purtroppo è un fatto che le donne subiscono nel mondo
molte più vessazioni rispetto agli uomini, ma quanta di
questa violenza è generata da un'irresponsabilità vera
(se mai possa considerarsi una colpa) della vittima e
quanta dalla ormai millenaria convinzione che le donne
debbano in qualche modo sentirsi sottomesse? Che sia
comunque quello il loro ruolo?
Vogliamo ancora accettare che se un marito violenta la
propria moglie il fatto non costituisce reato?
Il quesito successivo è chiedersi cosa può fare una
donna, per non avere paura.
Non credo che siano le mie armi tenute su una spalla a
farmi sentire sicura di me. Dubito che avrei la freddezza
necessaria per usarle come si deve. Non nascondiamoci
dietro ad un dito, l'aikido non lo pratichi per andare a
pestarti per le strade, o per difenderti da un tentativo
di stupro. Se cerchi quello fai altro. L'aikido ti serve
piuttosto per "pestare", o meglio testare, te stesso. La
forma mentis che ti dà è molto molto di più del pensare
che potresti spezzare le ossa a qualcuno. É una
trasformazione del pensiero, delle tue capacità
valutative. Sviluppato bene, secondo me è l'arte di
evitare certe situazioni, di intuire che possono essere
pericolose, di capire com'è la persona che hai davanti,
quando è il momento di agire e quando è decisamente
meglio quello che i giapponesi chiamano wu-wei, il non
agire.
Noi occidentali siamo da sempre portati a credere che chi
non agisce è un vigliacco.
Quando ci fermiamo, o perlomeno rallentiamo un po', ci
rendiamo conto di quello che ci circonda, vediamo la
faccia di chi ci viene incontro, possiamo persino stare
attenti ai dettagli, e quindi essere più preparati di
fronte ad un pericolo. Questo secondo me è basilare,
ancora di più quando si tratta di noi donne. È ormai
appurato che la maggior parte delle violenze sulle donne
vengono perpetuate da persone vicine alle vittime stesse.
Ogni volta noi ci poniamo sempre la stessa domanda:
"possibile che non se ne sia accorto nessuno?".
Possibile. Perchè talvolta non si può, talvolta non si
vuole, vedere, ma attenzione che sono due lati di una
stessa medaglia. Che la cecità sia psichica o fisica a
questo punto non fa differenza, il sunto è che non si
vede. Non si vede perchè si ha fretta, non si vede perchè
non si è attenti o perchè si è attenti ad altro.
Nel nostro dojo il maestro è attento, i praticanti sono
attenti. Nel nostro dojo ci sono molte donne. Che
praticano e che insegnano. Nel nostro dojo le donne sono
considerate quanto gli uomini, e non perchè qualcuno ci
racconta che "nell'aikido non ci sono distinzioni di
sesso, che tu sia maschio o femmina è uguale".
Le distinzioni esistono.
Non siamo tutti uguali, pertanto sarebbe illogico pensare
che quello che va bene per uno vada bene per tutti. Ci
sono differenze fisiche, caratteriali, cognitive. Quello
che ci unisce tutti è il rispetto reciproco, la
consapevolezza che le nostre differenze non costituiscono
un impaccio alla nostra crescita, anzi. Quanto più ci
troviamo costretti a combattere contro i nostri demoni
(il pregiudizio, la presunzione, la superbia,
l'arroganza, l'egocentrismo e i loro mille fratelli),
tanto più miglioriamo noi stessi e il nostro aikido.
Tanto più acquistiamo fiducia nelle nostre capacità,
tanto più ci sentiamo sicuri nel lavoro, in famiglia, per
la strada. Si dice che Ueshiba potesse risolvere le sue
situazioni conflittuali solo con uno sguardo. È una cosa
che almeno in parte abbiamo sperimentato tutti: quando
noi per primi siamo convinti di qualcosa, gli altri hanno
più difficoltà a contestarla. Se tentenniamo saremo
facile preda degli arroganti.
Lo so, se fossi nata una ventina d'anni prima sarei
andata a bruciare reggiseni nelle piazze, ora per fortuna
questo non serve più, e anche se talvolta le donne hanno
dovuto arrivare all'eccesso, penso che allora fosse
l'unico metodo possibile. Ora però non ne abbiamo più
bisogno. Ora possiamo fare qualunque cosa, e fra le tante
possiamo calcare un tatami con uomini che indossano... la
gonna!... cosa si può chiedere di più?
Calchiamolo allora, questo suolo in cui ogni caduta,
ogni kiai, ogni proiezione, ogni
kata
è una conquista, un
mattoncino in
più sulla via della propria forza, della propria
consapevolezza, dell'amore per se stessi e per gli altri.
Maura
